In una pandemia il rapporto Banca-PMI deve mutare geneticamente

da Giuseppe
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(Teleborsa) – di Andrea Ferretti

Non bisognerebbe mai dimenticare che, semplificando, il rating di una PMI si forma per un 20% sulla base dei dati di bilancio, per un 10% sulla base delle risultanze della Centrali Rischi di Banca d’Italia, ma per ben il 70% sulla base dei dati relativi al cosiddetto “andamentale interno“.

In quest’ultima area il rating scruta il rapporto quotidiano banca-impresa verificando, tra le altre cose, l’utilizzo più o meno corretto delle linee di credito concesse (sconfinamenti, utilizzo a tappo dei fidi, ritardi nel pagamento delle rate etc). Il punto è che nell’attuale crisi pandemica, questo rapporto banca–impresa assume una importanza vitale. Infatti, in presenza di bilanci aziendali massacrati dall’incertezza e dai lock down, la sopravvivenza stessa delle piccole imprese dipende proprio dalla capacità degli istituti di rimodulare sia il rapporto con le aziende, sia i criteri di valutazione del merito creditizio.

Più in particolare, la valutazione delle PMI basata in larga misura su sistemi di rating e “rilevatori di anomalie” poteva essere parzialmente accettabile in tempi di vacche grasse, ma certamente non è compatibile con l’attuale scenario pandemico. Dunque, diventa essenziale che nel rapporto con le imprese le banche passino da un approccio piuttosto passivo ad un approccio attivo. E le tre parole chiave di questo approccio sono: monitoraggio, conoscenza e supporto.

1) Monitoraggio: le sofisticate procedure in grado di monitorare l’andamento delle aziende clienti adottate dai principali istituti su input della vigilanza (Intesa, Unicredit, Banco BPM etc.) non vanno affatto “spente” a causa della pandemia. Al contrario, proprio in quanto in grado di evidenziare precocemente l’insorgenza di anomalie, diventano preziose. Ma ciò che deve cambiare è la finalità del monitoraggio: non più solo strumento propedeutico all’attivazione da parte della banca di rapide azioni di recupero del proprio credito (rientro dagli affidamenti etc.), ma strumento di early worning utile a banca ed imprenditore per affrontare tempestivamente situazioni in deterioramento prima che sia troppo tardi. Ad esempio, le normative di vigilanza prevedano che una impresa venga classificata in past due (una delle categorie del credito deteriorato) in presenza di uno sconfinamento continuativo per oltre 90 giorni di una certa rilevanza. Tuttavia, le procedure di monitoraggio degli istituti accendono un faro sulla posizione già dopo il quinto giorno di sconfinamento. E questo proprio per dare 85 giorni al gestore della relazione ed all’imprenditore per risolvere il problema;

2) Conoscenza: è del tutto evidente che, anche nell’attuale crisi, rating, scorig, algoritmi e motori intelligenti debbano individuare un “corridoio” nell’ambito del quale erogare il credito. Tuttavia, all’interno di questo, la conoscenza della specifica realtà aziendale da parte del gestore della banca diventa elemento essenziale. Ad esempio, in presenza del blocco delle attività per i lock down, i rating di estesi gruppi di aziende peggioreranno massivamente. Tuttavia, è proprio in questo caso che l’algoritmo dovrà lasciare maggiore spazio alle elucubrazioni dell’uomo che valuterà le specifiche posizioni all’interno del coacervo di imprese con rating in picchiata. Questo sarà però possibile solo se la banca spingerà i propri gestori ad approfondire il fattore !conoscenza”: a livello di settore, di azienda, di imprenditore, di previsioni;

3) Sostegno: individuato precocemente il deterioramento della situazione grazie al monitoraggio e compresa la specifica situazione aziendale grazie alla conoscenza, anche la tipologia dell’intervento della banca durante una crisi sistemica del tessuto produttivo deve subire una evoluzione. In questo scenario di emergenza, l’intervento dell’istituto non può più concretizzarsi semplicemente nel mettere a rientro il debitore ed escutere le garanzie. Anche perché, probabilmente, l’unico risultato che si otterrebbe sarebbe il collasso della posizione. La strada che la banca deve percorrere appare, piuttosto, quella di porsi a fianco dell’imprenditore in crisi nel tentativo di sorreggerlo sino alla fine dell’emergenza. Ed è importante che, a questo scopo, l’istituto utilizzi tutta la elasticità consentita dalle normative di vigilanza. Anche perché, data l’estrema emergenza, la vigilanza ha assunto un atteggiamento più soft sugli accantonamenti che la banca deve fare a fronte delle misure di tolleranza (forbearence) concesse alle aziende in crisi. E tutto questo non per bontà d’animo, ma perché durante una pestilenza la banca sopravvive solo se sopravvive il tessuto produttivo. Senza contare che se gli istituti sostenessero le imprese in un momento così critico avrebbero anche un ritorno di immagine perché si scrollerebbero di dosso l’immagine dell’avido banchiere Dawes che strappa i due penny al bambino per investirli nei meandri della finanza (sindrome di Mary Poppins).

(Foto: © mikekiev | 123RF)




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