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da Giuseppe
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Dopo il deciso rally di questo inizio 2023 i mercati mostrano i primi segnali di affaticamento, portando in negativo i rendimenti settimanali. Da Milano a New York, da Francoforte a Parigi, passando per Madrid e Londra non vi è una singola Piazza finanziaria che registra (manca ancora la seduta odierna) una performance settimanale positiva. In tale scorcio solamente le Piazza finanziarie orientali restano di supporto per gli investitori, portando nuovamente all’attenzione i vantaggi della diversificazione geografica. Il segna un +1,73%, l’Hang Seng +1,06%, il CSI 300 +2,52%, e ASX 200 +1.69%.

Con il rally occidentale che trovava le basi su una minore preoccupazione in tema di crescita, di inflazione, gas (in Europa), rialzo dei tassi e con il supporto del “silenzio” delle banche centrali, le ultime sedute si sono scontrate con ritorno, di alcuni di essi. Crescita, soprattutto statunitense, che dopo la lettura di mercoledì sulle vendite al dettaglio (motore della crescita a stelle e strisce) ha dovuto rivedere se effettivamente il motto “bad news is good news” sia sempre corretto. Effetto consumo che ha portato al ribasso le previsioni di crescita da parte della Fed di Atlanta, con il suo GDPNow, sul quarto trimestre del 2022 scese al 3,5% dal 4,1%. Percorso al rialzo dei tassi che, sebbene resti ancora al di sotto del tracciato della Fed, mostra segnali di revisioni al rialzo. Inoltre, i nuovi commenti da parte dei vari membri Fed hanno rimarcato, sebbene prive di un tono forte, la loro determinazione a continuare con i rialzi. Voce maggiormente più forte quella di Francoforte dove ieri il presidente della BCE Lagarde ha ribadito che la banca centrale continuerà ad aumentare i tassi di interesse fino a quando l’inflazione non tornerà al suo obiettivo del 2% “in modo tempestivo”, mentre Knot ha affermato che i mercati potrebbero sottovalutare i rialzi dei tassi previsti dalla banca centrale e che gli investitori dovrebbero prendere più seriamente la sua previsione di aumentare i tassi in multipli di 50 bp.  Verbali, inoltre, dell’ultima riunione BCE che hanno svelato come alcuni responsabili preferivano un altro rialzo aggressivo di 75 pb, sottolineando la volontà del Consiglio di aumentare i costi di prestito per far scendere l’inflazione nonostante i segnali di rallentamento dell’economia.

Eppure, ieri, sul fronte americano, alcune buone notizie sono pervenute. Le condizioni economiche della Fed di Philadelphia sono salite al 4.9, tornando in territorio positivo dopo ben 7 mesi di contrazione. Le richieste di nuovi sussidi di disoccupazione hanno registrato un incremento di 190.000, rispetto ad attese poste a 214 mila con le richieste complessive che ora si portano a 1647 mila, rispetto al consenso di 1660 mila. È qui che tuttavia permangono i principali dubbi. Wall Street è alla ricerca di dati deboli per convincere la Fed a cambiare rotta, con le ultime pubblicazioni di questa settimana, soprattutto in tema di produzione e vendite al dettaglio, meno positive. Tuttavia, con le nuove richieste settimanali in calo, e non in aumento, sarà difficile far cambiar giudizio alla Fed.

Richieste iniziali sussidi di disoccupazione USA

Richieste iniziali sussidi di disoccupazione USA

Paura di un rallentamento che invece viene ad essere maggiormente citato a Wall Street. Le menzioni della parola “recessione” e dei suoi termini correlati sono in aumento da sei mesi a questa parte, in competizione solo con il 2008/2009 e il 2020. In aumento soprattutto tra le aziende del settore tecnologico, dei servizi discrezionali e dei materiali.

In un tale contesto, non è di supporto la spaccatura politica americana. Con il tetto sul debito raggiunto e con il Tesoro che ha iniziato ad attingere a misure straordinarie per evitare un default, misure che dovrebbero consentire ai pagamenti di continuare fino all’inizio di giugno. Il segretario al Tesoro Janet Yellen ha esortato il Congresso ad aumentare il limite di prestito il prima possibile.

Intanto crescono nuovamente le pressioni sulla Banca del Giappone dopo che l’inflazione ha raggiunto il 4% per la prima volta in quaranta anni, mentre l’inflazione di fondo al 3% ha toccato il livello più alto dal 1991. Tra ulteriori segnali di aumento delle pressioni sui prezzi, i dati accrescono le speculazioni di mercato su un cambiamento di politica da parte della Banca del Giappone, con la possibile uscita dal tasso negativo (attualmente al -0,1%) e/o con un possibile nuovo aumento del range sul cap di . 

Inflazione in Giappone

Intanto la stagione delle trimestrali ha ieri alzato i veli sui numeri della prima big tech, con Netflix (NASDAQ:) che, sebbene scivoli in termini di utili attesi, riporta una crescita (oltre le attese) degli abbonati e soprattutto un deciso miglioramento nelle prospettive per il 2023 sui flussi di cassa. Mercati che quindi hanno riposto positivamente, con il titolo che in premarket vola oltre il +7,12%.

 
Gabriel Debach
eToro Italian Market Analyst
 
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